Amore e Psiche
Il dipinto, di dimensioni leggermente ridotte, conservato presso il Musée du Louvre (1798, 186 x 132 cm, inv. 4739), pur non citata dalle fonti, si impone per l’alta qualità del ductus pittorico, riconducibile alla mano dello stesso Gérard.
Il prototipo fu esposto al Salon del 1798 riscontrando pareri discordi che impedirono così al giovane autore, all’epoca uno dei migliori allievi di David, di imporsi nell’immediato sulla scena parigina, rimandandone la consacrazione ad alcuni anni dopo, ma nel genere meno “aulico” del ritratto. Ad apprezzare l’opera furono soprattutto alcuni ex allievi di David, che da lui avevano preso le distanze, facendosi chiamare “primitivi” e ricercando forme arcaizzanti. Il primo biografo di Gérard, Charles Lenormant, sottolinea la vicinanza del giovane pittore a questa nuova corrente: “pur senza condividere le follie di coloro che si definivano “primitivi”, sembrava disdegnare le risorse dell’arte moderna; sembrava volersi limitare sistematicamente ai quattro colori della pittura greca delle origini. E probabilmente sarebbe rimasto fedele a quest’unica idea, se la necessità di dipingere ritratti non l’avesse ricondotto poi – in anticipo rispetto a ogni altro suo emulo – sulla strada del realismo” (S. Laveissière, Psiche e Amore di François Gérard. “Un quadro semplice e dolce”, in Amore e Psiche a Milano, catalogo della mostra, (Milano, Palazzo Marino, 1° dicembre 2012-13 gennaio 2013) a cura di V. Pomarède, V. Merlini e D. Storti, Soveria Mannelli 2012, pp. 85-97).
Anche Ingres, che era vicino a questo gruppo senza appartenervi, ebbe parole di stima per l’opera del collega; mentre tra i critici, Julien de Parme, già maestro di Gérard, biasimò
l’eccessiva geometrizzazione delle pose e la molteplicità degli angoli che enfatizzavano l’aura di irrealtà della scena.
Con questo soggetto Gérard rispondeva al bisogno di grazia e sottile erotismo che si andava affermando a metà degli anni Novanta, dopo circa un decennio caratterizzato da scene “impegnate” (P. Lang, Regards sur Amour et Psyché à l’âge néoclassique, catalogo della mostra (Zurigo, Musée Carouge, Istituto svizzero per lo studio dell’arte, 1994), Zurigo 1994, pp. 101-105). In questa direzione, già al Salon del 1793 Girodet aveva presentato il suo Endimione (Parigi, Musée du Louvre) e Prud’hon l’Unione tra l’Amore e l’Amicizia di (Minneapolis/Minnesota, The Minneapolis Institute of Arts), quest’ultimo destinato a influenzare il nostro dal punto compositivo, mentre all’esposizione del 1798 anche Jean-Jacques Lagrenée il giovane presentò Psiche nel palazzo incantato dove è stata trasportata da Amore (collezione privata).
Due anni prima di Amore e Psiche, al Salon del 1796, Gérard aveva esposto alcune opere con gli stessi protagonisti: quattro disegni che illustravano Les Amours de Psyché et de Cupidon di La Fontaine, uscito per i tipi di Pierre Didot nel 1797. Secondo il mito raccontato da Apuleio nelle Metamorfosi (o l’Asino d’oro), Venere decise di punire Psiche per la sua bellezza, chiedendo al figlio di farla innamorare di un essere mostruoso. Amore, dopo averla vista, decise di non esaudire la richiesta della madre: rapì Psiche e la condusse nel suo palazzo, dove le raggiungeva di notte, restando invisibile. Aizzata dalle sorelle, Psiche provò il desiderio di vedere il suo innamorato nel sonno; svegliatolo per colpa di una goccia d’olio caduta dalla lampada, fu da lui cacciata. Per riconquistarne la fiducia fu sottoposta da Venere a quattro prove, che riuscì a superare grazie all’aiuto di provvidenziali collaboratori. L’ultima però la condusse a un sonno eterno, dalla quale venne ridestata grazie al bacio di Amore (momento rappresentato da Canova nella versione giacente oggi al Musée du Louvre).
Nel 1796 il giovane pittore si mise all’opera, rinunciando a rappresentare un momento preciso della favola, ma preferendo una scena inedita che precede le quattro prove: il primo bacio di Amore, invisibile, a Psiche che, provando una sensazione sconosciuta, incrocia le braccia sul petto con fare pudico. Dal punto di vista allegorico l’immagine poteva così rinviare alla prima emozione provocata dall’amore appena sbocciato, essendo Psiche la personificazione dell’anima (alla quale rimanda anche la farfalla che volteggia al di sopra del suo capo).
Non senza fatica dallo schizzo (21,7 x 15 cm; ubicazione ignota: vd. ibidem, p. 89) giunse in due anni all’opera definitiva. A ispirare i tratti della figura femminile furono forse Emile Brongniart per il viso (a lei appartenne il già citato schizzo del dipinto) e Céline Cochelet per il corpo, ambedue celebri bellezze parigine dell’epoca, mentre l’avvenente pittore Jacques-Luc Barbier fu il probabile modello per Amore (Laveissière 2012, p. 92).
La tela gioca sull’apparente freddezza di una composizione statuaria e di una pittura patinata. In essa convivono sensualità e distacco: la prima è data dalla nudità dei due giovani e dalla posa di Amore, il secondo dalla perfezione e semplificazione delle forme
dei corpi, in una scelta di astrazione dei contorni che conferisce loro l’aspetto di biscuit di Sèvres.
Nel 1801 l’originale apparteneva a Joachim Le Breton, per poi passare entro il 1814 al generale Rapp. Alla morte di questi, si tenne un’asta nella quale il dipinto fu acquistato da un intermediario e collocato nel Musée du Luxembourg, dedicato agli artisti viventi. Una volta morto il suo autore, venne trasferito nel 1837 al Musée du Louvre.
Scheda a cura di Malinverni Prof. Alessandro
Artista: Francois Pascal Simon Gérard
Anno: 1798 ca.