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Antonio Donghi

Antonio Donghi
(Roma, 1897-1963)
Natura morta con strumenti musicali
1935
olio su tela; 64x56cm
Iscrizioni: in basso a destra “Antonio Donghi 35”
Fin dalla metà degli anni venti Donghi partecipa a numerose mostre internazionali, non solo europee ma anche negli Stati Uniti. Nel 1926 presenta dieci lavori all’Exhibition of Modern Italian Art, organizzata dal Ministero della Pubblica Istruzione e ospitata in varie città americane, mentre l’anno successivo tiene una personale a New York. Verso la fine degli anni venti espone di sovente all’estero con la compagine di Novecento italiano, presenziando alla significativa uscita internazionale a Buenos Aires, nel 1931.
Un importante momento per la sua affermazione nel collezionismo statunitense è la partecipazione alla XXVI edizione del Premio Carnegie di Pittsburgh, nell’autunno 1927. Sono gli anni in cui la rassegna è curata da homer Saint-Gaudens mentre promotore dell’arte italiana a Pittsburgh è il veneziano Ilario Neri. La giuria, dove siedono Felice Casorati e Maurice Denis, assegna a Donghi la First Honorable Mention per l’opera Carnevale, che poco dopo entra, insieme ad altri lavori, in una collezione statunitense.
Durante tutti gli anni trenta sono numerose le acquisizioni di opere di Donghi anche da parte dei musei italiani e nel 1935 l’artista presenta un nucleo importante di opere alla Quadriennale di Roma. Riceve molti riconoscimenti, fino al primo scritto monografico a lui dedicato, che esce nel 1942, nella collana Arte Moderna Italiana diretta da Giovanni Scheiwiller (Sinisgalli 1942). Il rapporto con il mondo americano prosegue anche nel secondo dopoguerra ed è testimoniato dall’invito, nel 1949, alla celebre rassegna Twentieth-Century Italian Art, curata da James Thrall Soby e Alfred h. Barr per il MoMA di New York. Nella produzione di Donghi, alle figure in interno ed esterno e alle composizioni più articolate, si affiancano numerose nature morte, soprattutto di fiori o di frutta, sempre rese con estrema semplificazione delle forme e dei volumi, con vibranti cromie a contrasto e tagliate da una luce irreale, volte a creare un’atmosfera sospesa, un nuovo tempo e un nuovo spazio, come scriveva Massimo Bontempelli nel primo numero della rivista “900”: “Il compito più urgente del secolo ventesimo sarà la ricostruzione del tempo e dello spazio” (Bontempelli 1926). Rispetto alle nature morte con fiori o frutta, questo nostro dipinto presenta un soggetto più raro nella produzione donghiana e un’articolazione più complessa degli elementi. Si tratta di un genere caro alla tradizione italiana a partire dalla produzione secentesca del bergamasco Evaristo Baschenis, ripresa da numerosi artisti durante gli anni venti. Nella temperie del ‘ritorno all’ordine’ italiano sono frequenti i riferimenti alla musica, come nelle nature morte con strumenti realizzate da Piero Marussig e Achille Funi. Rispetto all’ambito tedesco Natura morta con strumenti musicali si avvicina alle prove di Alexander Kanoldt, uno degli esponenti dell’ala classica e monacense del realismo magico.
Nella monografia di Leonardo Sinisgalli (Sinisgalli 1942) l’opera era attribuita alla collezione della Baronessa Anita Blanc, mentre l’identificazione con il lavoro esposto alla Biennale del 1936 è confermata da una foto conservata presso gli archivi dell’istituzione veneziana. In altre nature morte di simile soggetto, Donghi rielabora i medesimi elementi, tra cui lo spartito, il violino e un vaso di fiori, sempre mantenendo un’alta concentrazione sulla sintetica resa degli elementi e sul valore straniante della composizione. Una di queste, datata al 1940, è passata in asta da Sotheby’s nel 2011 e proveniva dalla celebre collezione del gallerista di New York Alexander Jolas, a ulteriore conferma di quanto Donghi possa essere considerato non solo trait d’union con il realismo nordeuropeo, ma anche con il mondo americano.
Bibliografia: XX Esposizione 1936, n. 26; Sinisgalli 1942, tav. XXV; Antonio Donghi 1983, Roma, Galleria dell’Oca, n. 16 (datato al 1936); Antonio Donghi 1985, p. 136; Fagiolo dell’Arco, Rivosecchi 1990 p. 205, n. 103.
Elisabetta Barisoni

Autore: Antonio Donghi
Dimensioni: cm. 64 x 56
Anno: 1935