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Sirio Tofanari

Elefantessa ed elefantino 1924-1925
bronzo; 38x59x22cm
Iscrizioni: sulla base “S. Tofanari”
Sirio Tofanari, dopo poco più di anno presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 1906 si trasferisce a Parigi, patria degli scultori animalier – si pensi a Antoine-Louis Barye – e dove Rembrandt Bugatti, figlio dell’ebanista italiano Carlo, ha consolidato al propria fama in questo specifico settore della produzione plastica. Poco dopo si trasferisce a Londra dove, da vero autodidatta, riproduce con attenzione movenze e aspetti di animali studiati dal vero nel giardino zoologico o con lunghe sedute al Natural history Museum in South Kensington. Rientrato in Italia espone con successo le sue prime sculture a Faenza nel 1908 (Vittorio Emanuele III acquista una gazzella in bronzo) e il suo stile è così apprezzato che partecipa tra il 1909 e il 1936 alle Biennali d’arte di Venezia (VIII, XII, XIV, XV, XVI, XIX, XX) e, con una una sala personale, nel 1925 alla III Biennale Romana. La fama di Tofanari si diffonde ben presto anche fuori dall’Italia: dall’esposizione al Golden Gate Memorial Museum di San Francisco nel 1916 al successo clamoroso all’Esposizione d’Arte Italiana al Salon Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires nel 1923 e a Bruxelles nel 1928. Durante la realizzazione della Fontana dei coccodrilli, installata nel 1926 al centro dello stabilimento termale del Tettuccio a Montecatini Terme, entra in stretti rapporti di amicizia con il ceramista Galileo Chini, anch’egli impegnato nello stesso cantiere, tanto da realizzare alcuni animali in ceramica per la manifattura delle Fornaci di San Lorenzo di Borgo San Lorenzo nel Mugello; un’attività che riprende negli anni cinquanta collaborando con la Società Ceramica Italiana di Laveno e con la Cacciapuoti di Milano.
Il fascino delle sculture di Tofanari risiede nell’aver decantato le modalità di rappresentazione impressionistica o naturalistica degli animali virandole in formule più rigorose, essenziali, vivaci, ma soprattutto nell’essere in grado di selezionare il dettaglio descrittivo all’interno di una resa plastica dei soggetti densa di energia vitale, di amore per la natura, persino di alcuni aspetti quasi antropomorfi nei rapporti tra adulti e cuccioli, in una sorta di affettuosa partecipazione alla vita animale. La cifra déco emerge chiarissima nel gruppo bronzeo Gazzelle in riposo (1922) dove, oltre alla morbida lucentezza dei corpi, richiamando gli esempi straordinari dei bronzi di Ercolano (Napoli, Museo Archeologico Nazionale), lo scultore si attarda nella descrizione ornamentale dei nodi sull’arcatura delle corna. Ma anche quando Tofanari modella (in cera per poi affidare la fusione al fonditore) e rifinisce a bulino ogni singolo dettaglio del piumaggio, del vello, della pelle coriacea, dei suoi gruppi di animali, mantiene sempre la forza della sintesi pur non perdendo mai il guizzo della vitalità e dell’inaspettato, raggiungendo altissimi livelli decorativi. Tofanari, tuttavia, non si limita a scegliere momenti di tranquillità e di intimità degli animali, ma in piena temperie déco è affascinato dal modo esotico, dalla ferocia della foresta o dall’inevitabile crudeltà del mondo selvaggio e per rappresentare il clou del momento in cui viene individuata la preda, lo scultore studia posizioni e collocazioni, spesso su basi marmoree anche molto alte, che permettano allo spettatore di cogliere con uno sguardo da sotto in su la meraviglia e l’orrore di ciò che sta accadendo. La massa del Grande avvoltoio (1925-1930), che sembra tutt’uno con le rocce su cui è appollaiato, appena freme nel primo movimento dell’ala che sta per aprirsi e il torcere del collo che rivela incastonato nella testa un occhio in pietra nera lucida fissato sullo spettatore, o nell’aprirsi delle ali del Gufo predatore (1920) appena lanciatosi da un ramo, ma ancora di più nella forza trattenuta, nella tensione muscolare della splendida Pantera pescatrice in bronzo (1924) che, affacciatasi al bordo di un torrente, afferra al volo una carpa o, nella versione più tarda in marmo grigio (1928-1930), ghermisce con le fauci un volatile.
Bibliografia: Elefantessa ed elefantino: Sirio Tofanari 2001, p. 36.
Valerio Terraroli

Autore: Sirio Tofanari
Dimensioni: cm. 38 x 59 x 22
Anno: 1924